Il diritto alla città ai tempi del colera

Giorgio Gaber nel 1969 pubblicava una canzone intitolata “Come è bella la città”. Il testo, dal tono sarcastico, forse perché in opposizione a Celentano che tre anni prima cantava la via Gluck, poneva uno sguardo critico sulla frenesia di una Milano già in fase di accelerazione, ma conteneva, come in ogni sarcasmo d’autore, un fondo di verità: un amore e una passione per la città, luogo privilegiato della vita e dell’allegria.

Milano, ai tempi dell’emergenza, è strutturalmente e funzionalmente diversa da quella che rimpiangeva e derideva Gaber. La chiusura dei negozi, il divieto di assembramenti e addirittura di riunioni appena numerose rendono le nuove misure straordinarie molto simili a quello che potremmo chiamare coprifuoco, in cui sembrano mancare solo l’ordine di oscurare le finestre e il divieto di parlare di politica.

E se da un lato la cautela e le misure di precauzione sono la migliore tutela dei soggetti più deboli, il rischio di veder scomparire, in nome dell’emergenza, alcune o molte delle libertà fondamentali che trovano realizzazione nella città è piuttosto elevato.

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Quello che non bisognava fare: appunti sul Sistema sanitario lombardo.

La recente epidemia ha contribuito, fra le altre cose, a render manifeste le inadeguatezze ed iniquità – già prefigurate e denunciate negli ultimi anni da una nicchia di cittadinanza consapevole – di un sistema sanitario in buona misura mutato radicalmente rispetto agli albori del SSN, aziendalizzato e privatizzato. In particolare in seguito alle riforme degli anni 90 si è imposto un modello a tratti anglosassone mirato più all’ospedalizzazione, alla cura ed al servizio profittevole piuttosto che all’attenzione alla prevenzione ed alla salute pubblica, bene comune di rilevanza costituzionale su cui insiste la grande riforma sanitaria del ‘78 (da cui l’istituzione del sistema sanitario nazionale

Esio di un trentennio abbondante di lotte, il Sistema Sanitario Nazionale (d’ora in poi SSN) ebbe il merito di superare il precedente sistema di tipo corporativo/mutualistico a tutela dei lavoratori (e delle loro famiglie) previa assicurazione sociale e di impone un diritto alla salute universale ed incondizionato. In quanto tale, da un lato subordina la facoltà di scelta di persone alla sola legge; dall’altro, impegna le risorse ad esso destinate non solo nella cura, ovvero assicura risorse significative alla prevenzione e formazione come affermazione della duplice natura del “diritto alla salute” – “fondamentale diritto dell’individuo” e “interesse della collettività” intera.

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Questa bici non é una bici: pretendi la piena e gratuità mobilità!

Ovvero: come la storia del fallimento di ofo (servizio di bike sharing privato) ci offre l’occasione di chiarire la differenza che esiste tra sharing e condivisione, tra profilazione sociale e mobilità dolce, tra greenwashing e pianificazione sostenibile.

Settembre 2017
Ofo lancia il suo servizio di bikesharing a flusso libero a Milano. 4000 biciclette che invadono la città per “migliorare” la mobilità urbana. 60 centesimi di euro ogni 20 minuti —7 € in più se sei sfigato e vivi in periferia — e un po’ dei tuoi dati.

Il servizio dell’azienda cinese, insieme ad altri servizi di sharing, per il Sindaco Beppe Sala “rappresentano un’ottima risorsa per Milano per rispondere in modo concreto ai problemi del traffico e dell’inquinamento…la strada intrapresa è quella giusta”

La strategia è chiara. Il comune di Milano punta a delegare a Ofo, e a tanti altri operatori privati, la questione della mobilità sostenibile e condivisa. “Sharing is freedom“, “Share more, consume less” sono alcuni dei motti usati da Ofo e dai sostenitori di questo modello.

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DASPO: visualizzare il confine per abbatterlo

esplora la mappa interattiva della zona DASPO a Milano qui

Premessa

La delibera di giunta di del 22 luglio 2019, e di consiglio del 26 luglio 2019, introducono il DASPO a livello urbano nella città di Milano. Il DASPO è un provvedimento contenuto nel Decreto Sicurezza che multa o allontana un individuo da alcune aree della città se il suo comportamento non è ritenuto decoroso o è classificato come pericoloso.  Oltre alle aree definite dai decreti, la delibera individua undici aree specifiche, in tutte queste aree il provvedimento può essere attuato dagli agenti di Polizia. Il DASPO urbano nasce dal decreto Minniti (D.L. 14/2017), che per primo ha allargato il Daspo, nato come provvedimento sportivo, all’ambito civile, unendo al classico rispetto per la legalità il nuovo concetto di rispetto del decoro urbano.Il decreto sicurezza Salvini (D.L. 113/2018), relativo a immigrazione e sicurezza urbana, ha solo esteso le aree di applicazione ai presidi sanitari, a fiere e mercati, ed alle strade, ed ha confermato il blocco stradale e il blocco ferroviario.

Il DASPO urbano segmenta e cataloga i cittadini, accetta e include solo coloro che hanno comportamenti ordinati, precisi, puliti, e soprattutto che non si ubriacano, non sporcano per terra, non stazionano su una panchina, non fanno una grigliata nel parco, non chiedono l’elemosina per la via. Nasce una nuova definizione di poveri e di emarginati: non più legata all’aspetto economico (a cui dovrebbe seguire una politica sociale) ma connessa con un modo di agire, valutato in modo arbitrario, e per di più con l’intento di colpevolizzante.

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Appunti di autodifesa digitale: video, riconoscimento facciale e AI

L’alterabito era un’invenzione dei Laboratori Bell, scoperta accidentalmente da uno degli addetti tecnici […]. Fondamentalmente il suo progetto consisteva di una lente di quarzo sfaccettata, collegata con un computer miniaturizzato le cui banche della memoria contenevano fino a un milione e mezzo di minute rappresentazioni fisionomiche di numerose persone: uomini e donne, bambini, con ogni sorta di varianti codificate e incorporate e quindi proiettate verso l’esterno in tutte le direzioni nella stessa misura, sopra una membrana sottilissima, larga a sufficienza per aderire alla figura di un uomo di media taglia.

Un oscuro scrutare, Philip K. Dick, 1977
Scena tratta dal film “A scanner darkly” di Richard Linklater (2006) basato sull’omonimo racconto di Philip K. Dick

L’alterabito [scramble suit] indossato da Bob Arctor, nome in codice Fred, era in grado di ingannare le più avanzate tecnologie di riconoscimento facciale permettendogli di rimanere anonimo. Le visionarie capacità di Philip K. Dick si confermano nuovamente e, quarantatre anni dopo la pubblicazione del racconto “Un oscuro scrutare” [A scanner darkly], il dibattito sul riconoscimento facciale (e più in generale sui dati biometrici) e privacy è più vivo che mai.

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