Giorgio Gaber nel 1969 pubblicava una canzone intitolata “Come è bella la città”. Il testo, dal tono sarcastico, forse perché in opposizione a Celentano che tre anni prima cantava la via Gluck, poneva uno sguardo critico sulla frenesia di una Milano già in fase di accelerazione, ma conteneva, come in ogni sarcasmo d’autore, un fondo di verità: un amore e una passione per la città, luogo privilegiato della vita e dell’allegria.
Milano, ai tempi dell’emergenza, è strutturalmente e funzionalmente diversa da quella che rimpiangeva e derideva Gaber. La chiusura dei negozi, il divieto di assembramenti e addirittura di riunioni appena numerose rendono le nuove misure straordinarie molto simili a quello che potremmo chiamare coprifuoco, in cui sembrano mancare solo l’ordine di oscurare le finestre e il divieto di parlare di politica.
E se da un lato la cautela e le misure di precauzione sono la migliore tutela dei soggetti più deboli, il rischio di veder scomparire, in nome dell’emergenza, alcune o molte delle libertà fondamentali che trovano realizzazione nella città è piuttosto elevato.
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