Know your friends. Appunti dalle Utopiadi 2026

Condividiamo alcuni appunti sulle giornate di febbraio a Milano: apertesi con la contestazione al passaggio della fiaccola olimpica giovedì 5, la liberazione dell’ex PalaSharp (ora PalaUtopiadi) dal 6 all’8, la manifestazione popolare di San Siro venerdì sera e il corteo nazionale di sabato 7. In un’ottica di rete ed ecologia organizzativa del movimento, non ripeteremo quanto hanno già scritto in altri contenuti da diverse collettività in questi giorni: ZAM, Napoli Monitor, Le Sberle, i Centri sociali delle Marche, APE Milano, Mountain Wilderness – oltre che naturalmente il comunicato che abbiamo scritto assieme al resto del Comitato Insostenibili Olimpiadi stesso pubblicato domenica. Contributi fondamentali che compongono il discorso politico e pubblico che abbiamo cercato di portare in questi anni e che colleghiamo al ciclo di piazze e mobilitazioni apertesi, a livello locale, con lo sgombero del Leoncavallo, e, a livello nazionale, con gli scioperi per la Palestina dell’autunno – arrivate fino al 31 gennaio a Torino, la nuova mobilitazione dei portuali del Mediterraneo il 6 febbraio e che in prospettiva vediamo nel prossimo 22 febbraio a Verona e nei cortei del 28 marzo.

Proveremo a descrivere le Utopiadi e le piazze del 5-8 febbraio con alcune parole e concetti chiave, che ci possono aiutare a spiegarne ulteriormente il senso e approfondirne alcuni tratti con lo sguardo già rivolto a domani.

Situazione

Momento della vita, concretamente e deliberatamente costruito mediante l’organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di avvenimenti, che genera l’azione politica.

(Dal manifesto dell’Internazionale situazionista, 1958)

L’occupazione di un vuoto o di uno spazio privatizzato; la liberazione dall’abbandono e dalla speculazione, attraverso l’azione diretta, di un edificio, stabile, impianto pubblico chiuso e poi lasciato a marcire in attesa del miglior offerente a cui svenderlo; il blocco di una infrastruttura o di un nodo della riproduzione sociale del capitale: tutto questo non è mai invano. Avviene come atto collettivo, che genera l’intervento politico e costruisce un nuovo tipo di spazio urbano, lo reinventa e con esso un nuovo tipo di relazioni. E’ l’essenza delle Utopiadi, intese come momento della vita determinato da una comunità che reinventa l’ambiente attorno a sé. In quanto tale, secondo i situazionisti che ben conoscevano la società dello spettacolo che induce alla contemplazione passiva, esso è già un atto rivoluzionario – e non possiamo che concordare con loro. Per noi, ciò in particolare ha significato rompere una seconda volta in maniera collettiva – pensiamo anche all’Agorà del Ghiaccio liberato per tre giorni a ottobre 2024 – quel ciclo di produzione del vuoto per favorire la rendita e la privatizzazione della città pubblica, che sembra essere diventato il punto di partenza dei processi di estrazione dallo spazio urbano a Milano: una bolla di cui molt* non godono, se è vero com’è vero che negli ultimi 15 anni la città ha subito un ricambio sociale di oltre 450.000 persone. Azzardiamo una provocazione: e se la prossima volta ci prendessimo ciò che è già stato “valorizzato” per restituirlo alla collettività? A quel punto, la situazione concretamente e deliberatamente costruita, farebbe ancora più male ai nostri avversari, mettendo in dubbio la loro stessa presenza nei nostri quartieri.

Un mondo, molti mondi

Qualunque cosa sintetizziamo come “il movimento” è in effetti una rete non sintetizzabile fatta di diverse altre reti, un’ecologia di rete in evoluzione che a sua volta è annidata in ecologie più ampie che si sovrappongono in vari modi. […] una concezione ecologica della lotta e dell’organizzazione non è fatta per essere il progetto di un movimento futuro, ma una descrizione di quello che avviene già. […] Non si organizza una totalità, ma ci si organizza nella totalità. Sempre. 

(R. Nunes, Né orizzontale, né verticale)

La piazza di sabato 7 febbraio ha espresso bene questa considerazione di Rodrigo Nunes, filosofo politico e teorico dell’organizzazione. Cosa significa? Che la cifra della mobilitazione del Comitato Insostenibili Olimpiadi è stata ed è precisamente questa pluralità, che non va letta come sinonimo di eterogeneità, perché si tratta di differenze che parlano un linguaggio comune (anche qui: non necessariamente condiviso, ma comprensibile gli uni agli altri) e che si danno obiettivi politici che si possono tenere insieme: radicali, concreti e immediati, ma carichi di futuro. Ma forse, azzardiamo, la consapevolezza che le mobilitazioni sociali sono ecologie complesse che non richiedono la reductio ad unum sta prendendo piede dal ciclo conflittuale degli ultimi due anni: piazze plurali accomunate da un rifiuto, del sistema di rappresentanza e rappresentazione che ha prodotto gli orrori contro cui ci scagliamo; da un progetto politico, che ha la sua cifra nella redistribuzione verso il basso, nell’intervento popolare diretto sulle proprie vite, a partire dagli ambienti urbani e non, nell’opposizione della evoluzione (non usiamo volutamente i termini “degenerazione” o “distorsioni”) oligarchica delle democrazie liberali e in un nuovo internazionalismo, tutto da inventare, contro le aggressioni imperialiste globali e le oppressioni regionali, che ha però saputo recuperare un discorso anti-coloniale che sembrava archiviato dalla “fine della Storia”. Infine, da un superamento progressivo di quella vera e propria ossessione contro il conflitto che ha caratterizzato gli ultimi 30 anni di una società che si diceva traumatizzata dall’eccesso di lotta politica del Novecento e che, invece, nei suoi 15-20-30enni si sta scoprendo più traumatizzata dall’assenza di questo. In tutte le sue forme. Già, perché una piattaforma plurale non significa ecumenica, non può tenere dentro la qualunque e ogni sigla o posizione, ma vede la compresenza non concordata di tante forme di protesta in ragione di un medesimo obiettivo di una piattaforma politica definita. Gli zapatisti parlavano di “un mondo che contiene molti mondi”, per indicare la possibilità di una alternativa antagonista e plurale all’ordinamento neoliberista contro cui sono insorti; dal movimento di liberazione curdo sono arrivate parole affini in questi anni di rivoluzione sociale in Siria del Nord-Est. Ma il carattere della pluralità è, appunto, l’antagonismo. Ed è qui che abbiamo scelto di convocarci, come parte interna e non soggetti esterni di quella totalità dentro cui lottiamo, in quanto pezzi di società che vogliono e devono essere liberati, secondo precise parole d’ordine: Know your enemy  e Riprendiamoci la città, liberiamo le montagne

Conflitto

Ci sono un sacco di motivi per cui proprio non posso fomentare azioni violente come gli scontri. Nessun motivo religioso. E’ per questioni pratiche di politica. Però ti dico: non faccio mai passare in cavalleria una rivolta. Sono sempre il primo lì in comune o a testimoniare al Congresso e a dirgli: “Ecco, se tutto sto tempo trattavate con noi non succedeva”. Funziona eh? Funziona di brutto. […] Rap Brown e le Black Panther sono tipo la cosa migliore che poteva capitare al movimento per i diritti civili

(da una conversazione tra William Jackson, seguace di Martin Luther King, e Ward Churchill in Pacifism as a pathology)

E qui veniamo proprio al tema del conflitto. Chi ha vissuto cicli conflittuali reali sa perfettamente che, proprio come non esistono collettivi, gruppi, strutture e parastrutture esterne ai movimenti sociali intesi come processo sociale che si organizza, ogni forma del conflitto nasce e si esprime dentro una cornice sociale. Ne è parte legittima. Ed è sempre il risultato di una scelta – qui, caso mai, si può discutere sulla opportunità o meno di praticare determinate forme di lotta in certi contesti piuttosto che in altri. Eppure, ciò che manca oggi e che il ciclo degli ultimi due anni sta recuperando è precisamente una consapevolezza che mancava come l’aria: “conflitto” non coincide necessariamente con “violenza”, né “pacifico” è sinonimo di “privo di scontro”; eppure, queste equazioni definiscono il perimetro attuale dell’uso di tali nozioni all’interno di una società che ha raggiunto un elevato grado di spoliticizzazione – il grande sogno dei governanti – e di rimozione. Questa rimozione ha riguardato soprattutto la “sinistra”, compresa quella “radicale”. Movimenti plurali e decentrati possono manifestarsi simultaneamente attraverso dimostrazioni pacifiche, atti comunicativi, azioni di blocco illegale delle infrastrutture tramite la massa dei corpi scesi in strada – do you remember #blocchiamotutto? – e attitudine offensiva verso uno stato di polizia che si manifesta, concretamente e precisamente… nella polizia e nei carabinieri – nei loro reparti antisommossa e nella militarizzazione degli spazi urbani e di dissenso. Di questo ci parla Torino, di questo ci parla una piazza molto diversa nella forma, ma non nei contenuti, come quella del 7 febbraio a Milano. Il dissenso democratico e la conflittualità rivoluzionaria, in tempi di post-fascismo al potere, viaggiano insieme. Un pacifista conflittuale come William Jackson, braccio destro di Martin Luther King, diceva correttamente di non aver mai “fatto passare in cavalleria” i riot o l’autodifesa armata delle Pantere Nere. “Passare in cavalleria”, per chi non lo ricordasse, significa “ignorare”, “omettere”, “far finta di niente”, ma anche indicare il comportamento scorretto di una persona alla quale è stato prestato un oggetto che non viene più restituito – nella guerra moderna, in cavalleria militavano nobili e ricchi, mentre nella fanteria prestavano servizio soldati di umili origini che nulla potevano contro i soprusi cui venivano sottoposti da parte dei “cavalieri”: ai fanti venivano sequestrati vesti, coperte, vettovaglie e tutto ciò che potesse rendere più confortevole la vita militare al “cavaliere”. Il tentativo di bloccare una tangenziale con una manifestazione di oltre 10.000 persone è stato un gesto contenuto, ma dal valore altamente politico che può rompere l’assedio comunicativo della società dello spettacolo odierna, divenuta capitalismo della sorveglianza, solo se tutt* tornano a fare del conflitto il proprio valore primario e a reinventarlo secondo forme che non delegittimano le altre.

Comunicazione

Ho fatto un dramma per sentirmi meglio

Solita tattica, nulla di serio

Ho fatto domanda per aver un premio

Ho fatto tutto quello che non bisogna fare

Cerco l’amore ma c’è solo in radio

Scrivo d’amore, mi mandi allo stadio

Al tuo progresso non c’è più rimedio

La chiami comunicazione, ma sembra un assedio

(I Ministri, Scatolette)

Nei giorni delle Utopiadi e delle mobilitazioni nazionali contro le Olimpiadi insostenibili abbiamo vissuto un classico esempio di “assedio comunicativo”, come sempre nelle occasioni “mediaticamente” ghiotte per una industria della informazione intossicata dal sensazionalismo, disgregata dalla precarietà di chi ci lavora e da una gestione padronale sempre più autoritaria, che pretende di manipolare la realtà senza rappresentarla o indagarla. La forza delle piazze del 6 febbraio a San Siro e del 7 a Corvetto è stata precisamente l’articolazione politica di un discorso costruito in più di tre anni di controinformazione, presa di parola pubblica, produzione di un immaginario radicale e radicato nelle realtà sociali e territoriali che hanno subìto i Giochi olimpici – e qui ci riferiamo, con un po’ di orgoglio, a Il Grande Gioco -, tessitura di una rete plurale che ha saputo mettere insieme centri sociali e movimento antagonista, associazionismo critico e ambientalista, comitati ecologisti e di difesa dei territori, sindacati di base e inquilini, società civile democratica e reti dello sport popolare. Tra la realtà e la diffusione su scala, ci passa naturalmente e da sempre la comunicazione, in grado di produrre immaginazione sovversiva rispetto all’esistente, oltre il probabile, alzando l’asticella del possibile. Nelle piazze siamo letteralmente assediati dai professionisti della comunicazione e le immagini, vere o fittizie, si moltiplicano oltre ogni controllo per la bulimia da social media e connettività permanente dei partecipanti. Qui si pone un tema molto più ampio e certo non nuovo, che non affronteremo in questa sede, che riguarda il rapporto tra mobilitazioni e iniziative politiche e, appunto, dimensione comunicativa. Ma ciò che ci interessa dire è che, stante l’asimmetria di mezzi e forze, i movimenti non devono essere ingenui, ma consapevoli che qualunque loro azione sarà inevitabilmente sottoposta all’assedio di un sistema mediatico impazzito, confusionario, incapace di processare l’alto numero di informazioni che riceve, ingurgita, produce e che, per la logica stessa del capitalismo della sorveglianza, è subalterno e amplifica il senso comune determinato dal potere. Per resistere e superare l’assedio, però, abbiamo degli strumenti di difesa e prevenzione di cui dobbiamo dotarci: la solidità di un immaginario che parla un linguaggio riconoscibile e riconosciuto, la forza delle relazioni costruite prima di scendere in piazza e che poi nelle strade si concretizzano nell’azione diretta, sono ciò che permette di non rendere le divergenze, legittime, un’arma nelle mani della controparte. Perché questo punto è quello più importante: i nostri stanno da una parte, loro da quella opposta, oltre le linee dell’assedio comunicativo, dei premi di produzione, del sensazionalismo della tv spazzatura, di media incapaci di distinguere, o che consapevolmente e opportunisticamente non distinguono, una torcia accesa nelle mani di un*attivista da un lacrimogeno sparato in faccia a manifestanti a volto scoperto.

Dove sono i nostri

Le diecimila persone che hanno attraversato le strade di Milano il 7 febbraio sanno benissimo che le sessantamila persone che erano il 31 gennaio a Torino sono dalla loro parte, sono con loro, così come chi è defraudato dei suoi diritti pensionistici e dell’assistenza sanitaria sa benissimo che i sessantamila manifestanti di Torino e i diecimila manifestanti di Milano sono dalla loro parte

(Centri sociali delle Marche, Il mosaico che nasce dalle lotte)

Non esiste un fuori delle lotte e del conflitto sociale. Esiste un dentro, si, ma questo è rappresentato da chi decide di prendere in mano la situazione e agire. Eppure, nessun* ha diritto di parlare “degli attivisti” o “del movimento” o “degli antagonisti” e poi, come fossero da un’altra parte, “degli abitanti”, “della società civile”, “delle classi subalterne”. Nel 2014, il collettivo napoletano Clash City Workers scrisse un testo fondamentale per orientare l’azione e l’organizzazione della lotta in un’analisi che tenesse conto della forma e dell’articolazione delle classi subalterne oggi. Si chiama Dove sono i nostri. E questa domanda-affermazione ci guida e ci ha guidato per non commettere errori di compromesso sulla nostra critica politica al modello olimpico, come paradigmatico di un capitalismo fossile che saccheggia le risorse collettive e di un neoliberismo urbanistico che rende le città territori di estrazione di valore. In entrambi i casi, il risultato è l’esubero dell’umanità in eccesso, la medesima che sostiene con il proprio lavoro e la propria esistenza lo stesso sistema di esclusione. Ecco, qui siamo noi e qui stanno i nostri. Abbiamo detto che le Olimpiadi sono una declinazione particolare di quella mega-macchina che estrae ricchezze, reddito, risorse dal basso verso l’alto. E questo “alto” ha un nome preciso: sono i fondi immobiliari e speculativi, nazionali e stranieri, che saccheggiano e divorano pezzo per pezzo le nostre città; sono gli antichi rentier riciclati e i nuovi multiproprietari di case sottratte al mercato degli affitti e messe a disposizione delle piattaforme per affitti brevi o dei cosiddetti property managers che della turistificazione selvaggia fanno il loro business; sono gli imprenditori parassitari del turismo alpino invernale e i padroni della neve artificiale, a cui viene regalata l’acqua bene comune. Nel mezzo, una classe dirigente che accorda la deprivazione mentre approva le zone rosse e legittima la profilazione razziale nei quartieri popolari.

Da questi anni di mobilitazione, dalle lotte di questo inizio febbraio e dalle Utopiadi, dalle praterie di presente e futuro aperto da riprenderci, torniamo a casa con una consapevolezza ancora più forte di non voler lasciare indietro nessun* e, come abbiamo detto al termine della manifestazione nazionale di sabato 7, si parte e si torna insieme – complici e solidali con l* fermat* di quella, come di tutte le piazze.

Know your enemy, know your friends