Non lasciamoci disassembrare/1: chat, video e streaming liberi

Whatsapp & co. funzionano alla grande. Ma hanno un piccolo difetto: espropriano i nostri dati personali e li vendono al migliore offerente, rendendoci più sorvegliati e ricattabili.

Dietro la retorica della costruzione di “una comunità globale e connessa al servizio di tutti noi” c’è un progetto cinico e aggressivo per costruire un aspirapolvere globale di dati che attinge da tutti noi. Le grandi aziende come Alphabet (Google), Facebook (Fb, Whatsapp, Instagram) e Amazon guadagnano scavando in profondità nei nostri dati personali, ricavandone modelli di comportamento e attitudini di acquisto che poi rivendono a terzi istituendo, di fatto, un mercato, piú o meno invisibile agli occhi dei piú. Se la cosa può apparire innocua ai più, in realtà non lo è.

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Non lasciamoci disassembrare: il mutuo soccorso ai tempi della quarantena

“Tutti a casa!” ha urlato il governo. “Siete degli irresponsabili!” ha urlato il padronato ai lavoratori in sciopero costretti a lavorare in condizioni di esposizione al contagio. “Restate connessi!”, hanno urlato i capitalisti della sorveglianza.

In questo periodo di clausura per i più (ma non per tutti) e di epidemia, stiamo già assistendo a un fenomeno pericoloso: la digitalizzazione accelerata e forzata di molti settori della società e di tanti aspetti delle relazioni e attività sociali. Saremo gentilmente costretti o invitati dalla “solidarietà-un-cazzo” delle grosse aziende e corporations della gig-economy a utilizzare piattaforme proprietarie per poter svolgere lavoro e mantenere una forma di quotidianità e contatto a distanza mediato dal mezzo tecnologico.

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Il diritto alla città ai tempi del colera

Giorgio Gaber nel 1969 pubblicava una canzone intitolata “Come è bella la città”. Il testo, dal tono sarcastico, forse perché in opposizione a Celentano che tre anni prima cantava la via Gluck, poneva uno sguardo critico sulla frenesia di una Milano già in fase di accelerazione, ma conteneva, come in ogni sarcasmo d’autore, un fondo di verità: un amore e una passione per la città, luogo privilegiato della vita e dell’allegria.

Milano, ai tempi dell’emergenza, è strutturalmente e funzionalmente diversa da quella che rimpiangeva e derideva Gaber. La chiusura dei negozi, il divieto di assembramenti e addirittura di riunioni appena numerose rendono le nuove misure straordinarie molto simili a quello che potremmo chiamare coprifuoco, in cui sembrano mancare solo l’ordine di oscurare le finestre e il divieto di parlare di politica.

E se da un lato la cautela e le misure di precauzione sono la migliore tutela dei soggetti più deboli, il rischio di veder scomparire, in nome dell’emergenza, alcune o molte delle libertà fondamentali che trovano realizzazione nella città è piuttosto elevato.

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Quello che non bisognava fare: appunti sul Sistema sanitario lombardo.

La recente epidemia ha contribuito, fra le altre cose, a render manifeste le inadeguatezze ed iniquità – già prefigurate e denunciate negli ultimi anni da una nicchia di cittadinanza consapevole – di un sistema sanitario in buona misura mutato radicalmente rispetto agli albori del SSN, aziendalizzato e privatizzato. In particolare in seguito alle riforme degli anni 90 si è imposto un modello a tratti anglosassone mirato più all’ospedalizzazione, alla cura ed al servizio profittevole piuttosto che all’attenzione alla prevenzione ed alla salute pubblica, bene comune di rilevanza costituzionale su cui insiste la grande riforma sanitaria del ‘78 (da cui l’istituzione del sistema sanitario nazionale

Esio di un trentennio abbondante di lotte, il Sistema Sanitario Nazionale (d’ora in poi SSN) ebbe il merito di superare il precedente sistema di tipo corporativo/mutualistico a tutela dei lavoratori (e delle loro famiglie) previa assicurazione sociale e di impone un diritto alla salute universale ed incondizionato. In quanto tale, da un lato subordina la facoltà di scelta di persone alla sola legge; dall’altro, impegna le risorse ad esso destinate non solo nella cura, ovvero assicura risorse significative alla prevenzione e formazione come affermazione della duplice natura del “diritto alla salute” – “fondamentale diritto dell’individuo” e “interesse della collettività” intera.

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Questa bici non é una bici: pretendi la piena e gratuità mobilità!

Ovvero: come la storia del fallimento di ofo (servizio di bike sharing privato) ci offre l’occasione di chiarire la differenza che esiste tra sharing e condivisione, tra profilazione sociale e mobilità dolce, tra greenwashing e pianificazione sostenibile.

Settembre 2017
Ofo lancia il suo servizio di bikesharing a flusso libero a Milano. 4000 biciclette che invadono la città per “migliorare” la mobilità urbana. 60 centesimi di euro ogni 20 minuti —7 € in più se sei sfigato e vivi in periferia — e un po’ dei tuoi dati.

Il servizio dell’azienda cinese, insieme ad altri servizi di sharing, per il Sindaco Beppe Sala “rappresentano un’ottima risorsa per Milano per rispondere in modo concreto ai problemi del traffico e dell’inquinamento…la strada intrapresa è quella giusta”

La strategia è chiara. Il comune di Milano punta a delegare a Ofo, e a tanti altri operatori privati, la questione della mobilità sostenibile e condivisa. “Sharing is freedom“, “Share more, consume less” sono alcuni dei motti usati da Ofo e dai sostenitori di questo modello.

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