
Nelle scorse settimane, a Milano, alcuni episodi scollegati, ma coerenti tra loro, stanno rivelando tutta l’essenza della Giunta Sala e il carattere opportunista delle forze politiche che la compongono e sostengono – spesso, sembra, senza nemmeno accorgersene.
Sappiamo che la tattica del “partito di lotta e di governo” è la modalità per definizione di stare nelle “stanze dei bottoni” – o meglio: nella loro anticamera – e cercare di attutire il più possibile l’erosione di consensi che inevitabilmente il governare comporta, mostrandosi come opposizione di sé stessi e dei propri alleati. Questa non è solo la strategia degli sciacalli per definizione della destra, ma anche a Milano, in questi 15 anni di governo di centro-sinistra, l’abbiamo vista applicata con un’intensità crescente, in particolare negli ultimi mesi in vista della ormai prossima conclusione dell’epoca Sala.
Prendiamo appunto due notizie di queste settimane: le polemiche provenienti da esponenti di PD e relative stampelle, in merito alla chiusura dello Spirit de Milàn, e l’assenso “condizionato” dato dalla maggioranza alla dotazione dei vigili urbani del taser.
Nel primo caso, la vicenda è ormai nota e si è diffusa con rapidità in quella fetta di opinione pubblica – o mercato – che frequenta e apprezza imprese di ristorazione a sfondo sociale e/o culturale. La proprietà dei locali dell’ex cristalleria, che da anni ospitano lo Spirit, ha deciso di sfrattare la Klaxon SRL (società di progettazione eventi guidata da Luca Locatelli che ha inventato lo Spirit ai tempi di Expo), rifiutando di vendere l’area a un prezzo inferiore ai 15 milioni. Lo Spirit occupa circa 3000 mq dei 13.500 che compongono una delle porzioni più grandi della Milano ex industriale, nel quartiere popolare e residenziale di Bovisa, di cui ha “contribuito” ad aumentare il valore immobiliare – che è cresciuto del 64% in dieci anni, passando dai 2.700-3.500 euro/mq a 4.200-5.500 per il nuovo e da 1.800-2.800 a 2.500-4.500 per l’usato o da ristrutturare.
Ora, in questa vicenda ci sono degli attori i cui nomi stanno emergendo adesso, che si sarebbero proposti come mediatori “a tutela dello Spirit” da quando i fratelli Livellara, eredi proprietari, hanno richiesto con una scusa lo sfratto per morosità ai tempi del Covid: Greenstone, Coima, Redo (oggi Near, che aveva formalizzato una proposta di acquisto da 13 milioni). Ancora in questi giorni, Manfredi Catella si è dichiarato disposto a sedere con la proprietà per salvare un’attività a cui viene riconosciuto il merito di essere un “valore aggiunto per l’attivazione del quartiere”; addirittura arrivando a ipotizzarne uno spostamento nel Villaggio Olimpico nei locali delle ex officine della Squadra Rialzo, utilizzate durante i Giochi come mensa per gli atleti. Mentre il sindaco Sala ha affermato che “Milano ha bisogno di spazi socioculturali […] chiederò di avviare un tavolo di co-progettazione dell’area Livellara con proprietà, investitori e Spirit”, seguito dall’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi: “Senza Spirit, si perde un pezzo dell’identità cittadina. Non si tratta di un locale qualunque ma di un progetto di rigenerazione urbana”. E ancora, Pierfrancesco Majorino: “È una storia che non riguarda solo i privati ma l’idea pubblica della città”, mentre le presidenti dei Municipi 8 e 9, Anita Pirovano e Giulia Pelucchi, hanno dichiarato di voler avviare l’iter per richiedere il vincolo culturale sull’area. La proposta di Coima, che i gestori hanno dichiarato di non aver ricevuto, si inserirebbe nella logica degli SPIG, i Servizi privati di interesse pubblico e generale previsti dal Comune: luoghi privati (o privatizzati) ma “a uso pubblico”, destinati a funzioni sociali, culturali e di presidio dei quartieri.
Lo Spirit è attualmente parte della Rete degli Spazi Ibridi di Milano, non a caso coordinata dall’Unità Sviluppo Economico dei quartieri, una versione meneghina dei molti progetti di salvaguardia dei cosiddetti “Beni Comuni”, nati nell’ultimo decennio in molte città europee e italiane. Secondo questa logica, questi luoghi e le relative attività profit che vi si svolgono sono elementi chiave dell’economia politica della “rigenerazione” ed elementi del paesaggio urbano che producono – e della sua nuova composizione sociale. Quando va bene. Negli scenari peggiori, invece, la loro funzione è prettamente di marketing e di copertura nei confronti dei peggiori processi di “conquista” dello spazio pubblico da parte dei privati, come è stato il caso dell’ex scalo ferroviario Farini. Senza entrare nel merito delle attività realizzate all’interno dello Spirit e di altri “spazi ibridi”, dal nostro punto di vista emergono due questioni invece strettamente politiche:
- la giunta Sala e le forze politiche che ne fanno parte, a livello cittadino e locale, sembrano non governare i fenomeni che hanno contribuito ad accelerare nei 15 anni di governo, da Pisapia a oggi. Ma questa è solo apparenza: il sindaco-manager, portando alle estreme conseguenze le prerogative da “podestà” che la legge sull’elezione diretta dei Primi cittadini ha loro concesso, ha regolarmente ignorato e umiliato le forze politiche e i corpi intermedi della società civile della maggioranza, agendo come “uomo solo al comando” (come ha emblematicamente dimostrato in questi mesi con il rifiuto di mettere in discussione il gemellaggio di Milano con Tel Aviv). Ma da ciò non consegue che liste civiche, stampelle di sinistra e “cinghie di trasmissione” nella società siano immuni da responsabilità: anzi, ha significato accettare i processi di privatizzazione della Città pubblica (con un numero elevato di sgomberi di spazi sociali autogestiti, questi sì, e sfratti abitativi nei quartieri popolari e non solo) ed espulsione dell* abitanti a basso e medio-basso reddito, in cambio di una gestione “sociale” e da “Welfare di comunità” delle loro conseguenze.
- la confusione nel discorso pubblico tra termini differenti, di cui “spazio ibrido” è la sintesi perfetta, ha contribuito a rendere sempre più confuso, polisemico, adattabile opportunisticamente il concetto di “spazio sociale”. Rimuovendone i caratteri storici (che in quanto tali, certamente, non è necessario restino tali e immutabili nel tempo) di antagonismo, autogestione e riappropriazione diretta, è stato rimodellato in categoria a uso e consumo del mercato e di interessi personali, in grado di rendere coerente ciò che coerente non può essere per natura. La rivendicazione di un ruolo “sociale” nel senso pubblico, gratuito, ad accesso universale del termine, non può sovrapporsi all’accettazione di subalternità a logiche di mercato, con conseguente strapotere dei fondi immobiliari e finanziari. La vicenda dello Spirit de Milàn è, da questo punto di vista, emblematica: ognuno decida come salvare la propria attività, ma che questo sia un “affare di tutta la città” ci permettiamo di metterlo in discussione.
A suo modo, questa dinamica di governo del territorio è coerente con la povertà politica e l’opportunismo con cui il Partito democratico darebbe il suo consenso alla dotazione del taser agli agenti di Polizia Locale (su cui ancora però non si è giunti a un accordo): si, ma in via “sperimentale” – ma certamente, come dovevano esserlo le zone rosse; sì, ma formando gli agenti – ma certamente, come se le forze dell’ordine di questo Paese, da record per violenza e impunità poliziesca, non facessero “corsi di formazione”. Insomma, rendere più umana la violenza, correggere il più possibile gli elementi di rischio connaturati in un contesto di progressiva militarizzazione dell’ordine pubblico e di controllo del territorio. Come se, tornando sul piano della governance urbana, l’unico modo per poter garantire “spazi sociali” – ad alta capacità di consumo – sia accettare il ruolo prioritario dei privati e la subalternità ai grandi fondi speculativi. Quando forse l’unico modo per poter tornare a sopravvivere a Milano ed essere davvero felici in una città vissuta come spazio pubblico e liberamente attraversabile è disarmare la polizia parallelamente al disarmare il mercato.

