Cronache #NoMuos da Niscemi

“…dentro anche quella volta che non ci avevano invitati″. Resoconto di uno di noi dal corteo NoMuos del 9 agosto.

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Una delle prime cose che colpisce arrivando a Niscemi è la presenza di bandiere, murales, scritte sui muri e striscioni No Muos. Niscemi è un piccolo paese di circa 20 mila abitanti, situato nella Sicilia meridionale ancora a prevalenza contadina. Il mare non è distante, ma l’ambiente naturale è quello del deserto mediterraneo e uno dei problemi principali della popolazione è quello della maggior parte del Meridione: l’acqua.
Nei decenni passati, oltre alle più antiche lotte sindacali e contadine contro un feudalesimo mafioso istituzionalizzato e permesso dallo Stato, le principali vertenze conosciute in questa parte di Sicilia riguardavano proprio l’erogazione e la diffusione dell’acqua per diversi motivi: igienici, sanitari, di sopravvivenza vera e propria e per coltivare la terra, l’unico vero bene per migliaia di persone.
Nonostante ciò, la memoria storica di Niscemi e del sud della Sicilia non è fatta di grandi mobilitazioni o lotte di popolo, anzi. Per questo stupisce vedere una presa di posizione talmente maggioritaria e una consapevolezza diffusa, per certi versi ancora pre-politica, e che, nonostante i motivi particolari, è legata a tante altre vertenze e lotte sparse in tutta Italia. Stupisce non solo passeggiare per le strade del paese e delle contrade vicine, ma anche parlare con le persone. E i più stupiti di tutti sono gli attivisti niscemesi e siciliani che da anni lavorano per costruire giornate come quella di venerdì 9 agosto.
Infatti, nonostante del Muos sia a livello nazionale sia a livello militante si parli maggiormente solo da 9 mesi a questa parte, i membri dei Comitati e dei collettivi raccontano come il progetto militar-industriale risalga all’inizio degli anni Novanta e come negli ultimi 5-6 anni si sia intensificato il lavoro di controinformazione e organizzazione sul territorio. Il Muos si inserisce all’interno di un più vasto programma Nato a guida Usa, rappresentato dalle 46 antenne realizzate in territorio niscemese a partire dal 1991, che con il nuovo sistema satellitare di “difesa” viene integrato a livello internazionale con gli altri tre siti Muos presenti alle Hawaii, in Virginia e in Australia. L’accelerazione della mobilitazione e della mediatizzazione, come in altri casi simili, è avvenuta nell’ultimo anno in seguito alla costruzione vera e propria dell’impianto.
Sono tre i principali motivi di opposizione da parte della popolazione. In ordine d’importanza: la salute, la privatizzazione (che in questo caso fa coppia con la militarizzazione) del territorio e l’autoritarismo con cui è stata imposta la concessione fatta agli americani di ampliare ulteriormente la propria base militare. Per chi è stato in Val Susa basti pensare che al confronto della base Usa di Niscemi il cantiere Tav è neanche la metà in estensione. I danni, ambientali e di salute, si sono già fatti sentire ed è questo, ancora una volta in questa parte di Sicilia, il principale motivo di rabbia: la sopravvivenza di sé e delle prossime generazioni, quando il Muos funzionerà a pieno regime. A ciò si aggiunge la profonda irritazione e il senso di delusione dato dal neogovernatore siciliano Crocetta che, come un sindaco arancione di nostra conoscenza, prima delle elezioni si era dichiarato contro il progetto e dalla parte della popolazione e, in seguito, si è scoperto con le mani legate di fronte a più importanti e irrinunciabili necessità internazionali.

Campo base negli ultimi nove mesi è diventato il presidio No Muos, organizzato a ridosso della base americana e divenuto luogo di incontro non soltanto degli attivisti, dei Comitati più vecchi e di quelli più giovani, oltre che di varie realtà meridionali, ma anche di moltissimi militanti o rappresentanti di altri movimenti territoriali. Il presidio ha contribuito molto ad alzare il livello di politicizzazione e di organizzazione della lotta No Muos, fornendo un importante aiuto anche alla popolazione, tradizionalmente non politicizzata.
E’ in questo clima che si giunge alla manifestazione del 9 agosto: qui molte meno persone, rispetto al centro nord, vanno in vacanza; qui la necessità di lanciare un segnale dopo che tutte le precedenti strade istituzionali (la speranza Crocetta, il ricorso al Tar, le vie legali di vario tipo) si sono chiuse, impone di sfilare nonostante il caldo e il clima generale di pausa agostana. Così, tra le 3 e le 5 mila persone sfilano lungo la Sughereta (strada della contrada niscemese, ex riserva naturale ora zona militare), giungendo fino alla base americana. L’obiettivo è doppio: accerchiare e assediare il Muos e il territorio americano in terra siciliana; riprendersi gli otto attivisti saliti sulle antenne il giorno prima, prima che finiscano i viveri e che siano presi da militari e forze dell’ordine. Giunti in prossimità della base, un cordone di polizia, carabinieri e guardia di finanza blocca il passaggio: ci sono tafferugli e vola qualche manganellata, mentre il corteo arriva e comincia a distribuirsi attorno alle reti; le forze a protezione della base (soldati Usa non se ne vedono) sono comunque troppo poche e poco equipaggiate per poter difendere un’area così vasta e, soprattutto, la sproporzione tra numeri dei manifestanti e poliziotti impedisce a questi ultimi di intervenire senza provocare uno scontro troppo duro che forse nessuno (per il momento) vuole. Infatti, le reti vengono tagliate in più punti, aprendo così dei varchi che permettono al corteo di entrare: il Comitato delle Mamme di Niscemi è il primo a varcare la soglia e, dopo, seguono tutti gli altri; le forze dell’ordine si ritirano, decidendo di non intervenire, lasciando così al corteo campo libero per andare sotto le antenne a riprendersi i propri compagni.
Nonostante con ogni probabilità l’arma scelta (come in tanti altri casi) dalle autorità saranno le denunce e i processi, nonostante un’occasione simile per danneggiare concretamente le antenne e il sistema militare Usa a Niscemi non si ripeterà con tanta facilità, il 9 agosto resta una giornata importante per i No Muos e per gli intrecci che ha avuto con altri movimenti a livello nazionale: da anni non si vedeva una manifestazione di migliaia di persone sfondare le recinzione e invadere una base militare americana, soprattutto per la prima volta in nove mesi migliaia di persone comuni hanno deciso di sfidare in questo modo il fortissimo fronte militare, giuridico e politico che il Muos ha imposto. In un momento in cui l’incapacità politica di governo e classi dirigenti si traduce nell’asservimento a presunti impegni internazionali e nella repressione pura e semplice delle istanze territoriali (vedi i No Tav e i movimenti per la casa, ma non solo), che in pieno agosto si riesca ad ottenere una giornata simile in una delle zone più abbandonate del paese, dichiaratamente vicina e a sua volta sostenuta da altri movimenti, è un risultato importante. Bisognerà riflettere su come portare avanti la lotta No Muos e, contemporaneamente, su come collegare anche questa vertenza in una più ampia piattaforma nazionale. Bisogna farlo, soprattutto considerando che, nonostante effimeri e occasionali successi, purtroppo in questo momento le singole battaglie non le stanno vincendo i movimenti territoriali.
Ma intanto chiudiamo con la bella immagine della sera del 9 agosto 2013, quando bar, ristoranti, pizzerie e antiche case contadine si sono aperti a tanti “forestieri” venuti dal “continente” o altre parti della Sicilia, come segno di ringraziamento. La tanto famosa ospitalità siciliana (soprattutto culinaria) declinata in termini politici. Niente di meglio.

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