
Martedì 31 marzo la Procura ha aperto una nuova inchiesta sulla vendita del Meazza a Inter e Milan da parte del Comune di Milano. Nel registro degli indagati ci sono nove persone, tra cui: il Direttore Generale del Comune di Milano Christian Malangone; l’ex-assessore alla Rigenerazione Urbana Giancarlo Tancredi; la dirigente Simona Collarini, ex-direttrice della Rigenerazione Urbana e responsabile del procedimento di cessione dello stadio. Oltre ad amministratori delegati, dirigenti e consulenti di Milan e Inter, la più nota delle quali è l’avvocata Ada Lucia De Cesaris, già assessora all’urbanistica e vicesindaca nella giunta Pisapia.
I reati contestati e ipotizzati sono quelli di turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio. I magistrati avrebbero in particolare individuato lo scambio di due bozze di Deliberazioni comunali tra l’attore pubblico e la parte privata, volte a “orientare l’iter amministrativo” e a concertare insieme tramite “accordi informali e collusioni” “le modalità tecnico-giuridiche e i dettagli operativi della cessione dell’area”. Ovviamente le delibere sono atti che non potrebbero uscire dagli uffici comunali prima della loro approvazione. I PM ipotizzano così il favoreggiamento degli interessi privati delle due società a scapito dell’interesse pubblico, da parte della stessa Amministrazione Comunale che in teoria dovrebbe tutelarlo e garantirlo.
La cessione dello stadio infatti è stata portata avanti non tramite una normale gara d’appalto pubblica e trasparente, ma con una procedura speciale fondata su un avviso pubblico. La cosiddetta legge stadi del 2021 permette in effetti di avviare una trattativa diretta tra le società private e la Pubblica Amministrazione, ma solo a condizione che non ci siano altri soggetti interessati. Uno degli elementi chiave dell’indagine sarà quindi “la determinazione del contenuto dell’avviso pubblico”. L’ipotesi accusatoria è che sia stato “nella sostanza costruito sulle caratteristiche gradite alle società sportive”, restando aperto per soli 30 giorni. Il comitato Sì Meazza ha sostenuto di non aver nemmeno potuto presentare un’offerta per le tempistiche troppo strette imposte dall’avviso.
Non sappiamo quale sarà l’esito giudiziario e non ci esprimiamo in merito. Però mettiamo da subito in luce due elementi squisitamente politici: la privatizzazione della pianificazione urbanistica implica da un lato la subordinazione dell’interesse pubblico agli interessi privati dei fondi multinazionali d’investimento immobiliare e dei grandi capitali nazionali e internazionali; dall’altro lato comporta la rinuncia del pubblico a pianificare lo sviluppo urbano. Al di là dei risvolti giudiziari, questo ha condotto a Milano a porte girevoli e a una connivenza strutturale tra gli uffici comunali dell’urbanistica e dell’edilizia, le società di gestione del risparmio che vi si interfacciano per conto di opachi fondi d’investimento e alcuni grandi studi legali e d’architettura privati.
Dal nostro punto di vista, ciò che rappresenta la svendita e deprivazione della Città pubblica, denunciata da movimenti e comitati è precisamente il valore inferiore al prezzo del mercato immobiliare cui è stata concessa l’area dello stadio, elemento ricorrente in tutte le grandi operazioni “rigenerative” (leggi: speculative) di questi anni, a partire dall’affaire degli ex scali ferroviari. Paradosso (solo apparente: siamo in regime capitalista) vuole dunque che agli stessi grandi soggetti finanziari privati che determinano una spirale al rialzo senza fine del costo di mattone e diritti edificatori, quindi dell’accesso all’affitto e in definitiva alla città, vengano concessi privilegi d’acquisto e prezzi ribassati.
Per uscire dalla cronaca giornalistica e giudiziaria, pubblichiamo un’analisi politica scritta nei mesi scorsi, che prima di queste nuove indagini metteva già in luce la svendita e la privatizzazione dello stadio Meazza come caso esemplare della privatizzazione della pianificazione urbanistica milanese, tipica di una gestione neoliberale del potere (come già abbiamo raccontato in un approfondimento per Effimera). Ridare la parola alla politica resta fondamentale per evitare che la “questione Meazza” resti rinchiusa in uno scontro “ai piani alti”, rilanciando l’unica dimensione che possa scardinare l’attuale modello Milano: il conflitto sociale dal basso.
Come si è arrivati alla svendita e privatizzazione dello stadio Meazza?
Prima parte – Delibera e rogito
5 novembre 2025: il Meazza è di proprietà di Inter e Milan
Alla fine Beppe Sala ce l’ha fatta a realizzare in extremis il progetto politico originario di svendita e privatizzazione dello stadio Meazza di San Siro, fino a pochi mesi fa di proprietà comunale. Infatti dal 5 novembre il vecchio stadio ora prossimo alla demolizione è diventato di proprietà di Inter e Milan, con la firma del rogito tra il Comune e le due società calcistiche, ormai di proprietà di due fondi speculativi americani. Inter e Milan hanno ricevuto un prestito dalle banche di circa 90 milioni e hanno pagato la prima rata di 73 milioni per l’acquisto definitivo del Meazza e dell’area circostante. Il prezzo finale di vendita è stato fissato a 197 milioni, scontato del contributo di 22 milioni garantito generosamente dal Comune per il rifacimento del tunnel Patroclo e per le bonifiche dei terreni. Si sa, Milano ha il cuore in mano. I poveri fondi speculativi hanno bisogno di aiuto, da soli non ce la fanno. Il rogito è stato completato cinque giorni prima del 10 novembre, data in cui sarebbe scattato il vincolo della Soprintendenza ministeriale ai Beni Culturali se lo stadio fosse rimasto di proprietà comunale, e quindi pubblica.
La bancabilità è garantita da una polizza fideiussoria di 124 milioni rilasciata da Banco BPM per le due società. Memori delle recenti inchieste milanesi in materie di urbanistica, i fondi finanziari che gestiscono Inter e Milan hanno voluto tutelarsi e hanno fatto sgobbare i loro fidi avvocati e giuristi, sempre al loro servizio. Esiste infatti una clausola che permette di rescindere il contratto entro 9 mesi dalla stipula del rogito in caso di inchieste giudiziarie serie, che impediscano giustamente la bancabilità del progetto e l’avvio dei lavori.
Un passo indietro: la notte tra il 29 e il 30 settembre 2025
È stata quindi una corsa riuscita contro il tempo. Ma la firma del rogito ha rappresentato solo la tappa finale, conseguenza logica e giuridica della delibera di consiglio comunale presentata il 29 settembre e approvata solo nella notte tra il 29 e il 30. Sfruttando l’ultimo giorno utile per l’approvazione, il 30 settembre appunto. Ovverol’ultimo giorno di validità dell’offerta presentata dalle due società. Una scelta e una decisione interamente politiche. La delibera è stata approvata al termine di una seduta fiume di dieci ore, durata fino a notte inoltrata. Ma le decine e decine di emendamenti votati così come gli interventi rientravano nel peggior teatrino della politica, ridotta ormai a dramma dal finale già scritto in anticipo. Infatti la conta dei numeri si era fatta nei giorni e nelle settimane precedenti dietro le quinte, con negoziazioni politiciste serrate avvenute lontano dai riflettori, condotte da Anna Scavuzzo, la vicesindaca con delega all’urbanistica dopo le dimissioni di Tancredi. Quando le forze politiche sono entrate in aula nel pomeriggio i giochi erano già fatti. Il resto è stata costruzione mediatica artificiale della suspense da dare in pasto al pubblico. A abitanti, cittadine e cittadini trattati da spettatori passivi spoliticizzati.
E dunque alla fine siamo ritornati alla casella di partenza, come se fosse un gioco dell’oca politico e finanziario-speculativo. L’altro grande gioco accanto a quello olimpico appena terminato. Il consiglio comunale ha votato un progetto di demolizione dello stadio Meazza e di ricostruzione di uno stadio affianco molto simile a quello originario, da sempre nella testa di Beppe Sala, oltre che dei due club. Inter e Milan, due società private gestite da fondi finanziari e speculativi, hanno ricevuto gratuitamente dal Comune come bonus supplementare golose volumetrie commerciali e di servizi da edificare nelle aree circostanti allo stadio, grazie a cui poter far profitti. E realizzare un’operazione finanziariamente redditizia, con facili plusvalenze.
La regia politica di Sala e quella tecnica di Collarini
Seppur da un punto di vista diametralmente opposto al nostro e a noi nemico, si è trattato senza ombra di dubbio del “capolavoro” politico del sindaco-manager Sala, che ha guidato saldamente la regia politica dell’operazione. Ovviamente al servizio degli interessi economici e finanziari dei fondi speculativi americani, e quindi espressione funzionale di questi ultimi. Ma l’operazione non avrebbe potuto finalizzarsi senza l’attenta regia tecnica e la sapiente “architettura” di Simona Collarini, che ha lavorato nell’ombra per tenere le fila del complesso procedimento tecnico-urbanistico in quanto responsabile del procedimento. Ha sempre avuto saldamente in mano il Dossier Stadio sin dal 2019. Dalla Direzione Urbanistica – rinominata Rigenerazione Urbana – alla Direzione Specialistica Programmazione e Pianificazione Servizi, creata da poco e tagliata a sua misura per offrirle un paracadute dorato dopo le disavventure giudiziarie che hanno coinvolto l’urbanistica milanese, l’ex assessore Tancredi e alcuni alti dirigenti. In entrambe le direzioni lei è stata ed è al vertice come direttrice di direzione. E probabilmente è lei ad aver materialmente scritto la delibera consiliare approvata tra il 29 e il 30 settembre. In ogni caso la presenza di Simona Collarini e la sua regia tecnica hanno rappresentato l’elemento e la garanzia di sostanziale continuità politica e urbanistica con il passato, come se gli scossoni provocati dalle inchieste sull’urbanistica e le due manifestazioni del 6 settembre contro i padroni della città e per il diritto alla città non avessero mai avuto luogo.
Seconda parte – Ricostruzione di alcuni passaggi chiave dal 2019 a oggi
2019-2023: il progetto originario si scontra con il muro della Soprintendenza
Il progetto originario per la costruzione del nuovo stadio e contestuale demolizione del Meazza è stato presentato il 10 luglio 2019 da parte di Inter e Milan, con annesse volumetrie residenziali e per uffici, strutture ricettive, alberghiere e ludico-commerciali a favore delle due società. È stato dato così il via a un dibattito acceso e prolungato nell’opinione pubblica milanese. In seguito c’è stata la delibera di giunta comunale n. 1905 dell’8 novembre 2019, con la discutibile e criticabile dichiarazione di pubblico interesse della proposta presentata dalle due società calcistiche e il conseguente inserimento dello stadio Meazza nel PAVI (Piano delle Alienazioni e Valorizzazioni Immobiliari) del comune di Milano. La decisione è stata ribadita e rinnovata da una seconda delibera di giunta comunale n. 1379 del 5 novembre 2021, all’inizio del secondo mandato della giunta Sala. Ovvero una piena legittimazione politica alla svendita e privatizzazione dello stadio e delle aree circostanti. In mezzo tra le due delibere dall’identico contenuto politico ci sono stati il Covid e la crisi sanitaria con i ripetuti lockdown. E la fine del primo mandato di Sala, che unita al contesto generale non ideale ha spinto ad affrontare una questione così delicata, complessa e importante dopo le elezioni del 2021.
Un dibattito pubblico farsa, ufficiale e istituzionale, è stato indetto il 22 settembre 2022 dalla giunta comunale, dal finale già scritto. Però il progetto originario ha finito per arenarsi, complici le opposizioni sociali e politiche espresse dai comitati cittadini con la minaccia di referendum e le incertezze relative alla situazione proprietaria e finanziaria delle due società calcistiche. Soprattutto dell’Inter, che nel 2023 sembrava sull’orlo del fallimento finanziario e del crollo economico sotto la gestione della proprietà della famiglia cinese Zhang, prima del passaggio al fondo speculativo americano Oaktree. C’erano anche forti malumori e una fronda interna alla maggioranza, sensibile alla richiesta di referendum dei comitati. Sala ha recitato il gioco delle parti e danzato in maniera ondivaga e opportunista, prima spendendosi a favore del mantenimento del Meazza, poi riconoscendo le ragioni delle squadre e l’interesse pubblico per il progetto del nuovo stadio. Ma il progetto originario presentato da Inter e Milan si è scontrato in un primo momento in maniera irreversibile con la decisione del 26 luglio 2023 da parte della Soprintendenza ai Beni Culturali di porre il vincolo sul secondo anello dello stadio di San Siro a partire dal 10 novembre 2025, quando avrebbe compiuto 70 anni dall’inaugurazione nel 1955, riconoscendone la valenza storica, architettonica e culturale. Si è creduto sul momento che si trattasse di un ostacolo definitivo all’abbattimento del Meazza, scombussolando i piani delle società. In realtà non era così.
2023-2024: ricatti e assi di pressione tra San Donato e Rozzano
Le due società hanno spostato altrove le loro mire e hanno ripreso a giocare più partite su più campi, per ricattare il comune di Milano. Avendo una situazione societaria più solida e meno incerta dell’Inter nel 2023, il Milan in particolare ha accelerato per cercare un’altra soluzione. Un piano B rispetto a San Siro. Dopo aver infruttuosamente provato a trovare terreno fertile all’ex Falck di Sesto San Giovanni, a Santa Giulia e persino all’ippodromo La Maura, il fondo Red Bird, proprietario del club rossonero, ha acquistato alcune aree agricole abbandonate a San Donato, al limitare del Parco Agricolo Sud Milano dal lato sud-est, tra svincoli della tangenziale e linee ferroviarie, non lontano dall’abbazia di Chiaravalle. Nel corso del 2023 e del 2024 era in pieno corso l’interlocuzione con il comune di San Donato per l’edificazione del nuovo stadio. Il progetto del Milan era quindi già a uno stadio avanzato. L’Inter invece si è mossa più lentamente, complice una maggiore incertezza societaria e finanziaria nel 2023, risoltasi solo nel giugno 2024 con il passaggio di proprietà dalla famiglia Zhang al fondo Oaktree. Ciononostante si è assicurata il diritto di prelazione su alcuni terreni agricoli della famiglia Cabassi (proprietaria anche dello stabile occupato dal Leoncavallo in via Watteau e recentemente sgomberato) al confine tra Assago e Rozzano, di fronte alla strada provinciale e alla pista ciclabile che costeggiano il Naviglio Pavese, in pieno Parco Agricolo, lato sud-ovest. Il ricatto da parte delle due società private di costruire due nuovi stadi a San Donato e Rozzano ha stretto in una morsa il Parco Agricolo Sud Milano, tramite due assi di pressione da est e da ovest.
I due piani B erano ancora peggio del piano A a San Siro. Avrebbero infatti comportato la costruzione di due nuovi stadi, non di uno solo. E avrebbero deturpato e devastato a livello ambientale il Parco Agricolo Sud Milano, tra i pochi polmoni verdi dell’area metropolitana milanese e una delle più grandi aree agricole metropolitane d’Europa. Avrebbero inoltre congestionato ulteriormente la circolazione in zone già fin troppo trafficate. Tra Assago e Rozzano c’è la strada provinciale che conduce fino a Pavia, la tangenziale ovest, l’autostrada Milano-Genova, il Forum, il polo terziario, commerciale e di intrattenimento di Milanofiori, l’ipermercato e il centro commerciale Carrefour, l’ipermercato e il polo commerciale e di intrattenimento Fiordaliso: il traffico è già perennemente ingolfato nelle ore di punta. A San Donato forse la mobilità è un po’ più scorrevole, ma il nuovo stadio avrebbe sconvolto la circolazione a Chiaravalle, al parco della Vettabbia, tra le varie cascine e abbazie del Parco Agricolo. E soprattutto avrebbe costituito un terzo asse di pressione e di gentrificazione verso il sud-est milanese e in particolare il quartiere di Corvetto, aggiungendosi a Villaggio Olimpico, Fondazione Prada e Symbiosis a ovest e a Santa Giulia a est.
2024: il progetto naufragato di ristrutturazione di Arco Associati
Contestualmente il comune di Milano non è restato inerte. Sala si è mosso simultaneamente su due fronti opposti, da vero Giano Bifronte. Da un lato ha dato mandato all’avvocatura comunale di fare ricorso contro il parere della Soprintendenza che ha posto il vincolo sul secondo anello del Meazza allo scoccare dei 70 anni. Quindi un ente pubblico locale quale il comune di Milano ha presentato ricorso contro un parere che vincola e tutela un bene pubblico, un controsenso in linea teorica. Dall’altro lato per un momento ha provato per mero opportunismo tattico a rilanciare nel dibattito pubblico l’unica soluzione non entusiasmante ma perlomeno ragionevole di compromesso tra interesse pubblico e interessi privati: la ristrutturazione dello stadio di San Siro. Sala si è spinto persino a garantire la concessione del diritto di superficie dello stadio ristrutturato per 90-100 anni ai due club, che avrebbero potuto così inserirlo nel loro stato patrimoniale, pur restando di proprietà pubblica la nuda proprietà dello stadio.
A febbraio del 2024 lo studio Arco Associati dell’architetto Giulio Fenyves ha presentato in consiglio comunale un nuovo progetto di ristrutturazione, che avrebbe permesso alle due squadre di convivere con il cantiere e di continuare a giocare durante i lavori. Il progetto architettonico implicava la costruzione di un quarto anello tramite la parziale demolizione delle tribune del primo anello. Un nuovo corpo di due piani ricavato nel primo anello, in cui installare nuove aree per ospiti, vip, aree comuni, bar, ristoranti, servizi e meeting. Il colosso multinazionale della costruzione e dell’ingegneria civile Webuild, specializzato nella realizzazione di infrastrutture complesse e grandi opere, si sarebbe incaricato della progettazione esecutiva e dell’esecuzione materiale del progetto di ristrutturazione presentato dallo studio di architettura Arco Associati. Inoltre il progetto urbano esterno allo stadio prevedeva l’ampliamento del parco dei Capitani, la creazione di una cittadella dello sport, di una piazza dei tifosi, di negozi per il merchandising e di strutture ricettive, di servizi e commerciali. Insomma andava comunque incontro ai desideri di Inter e Milan. Ma le due società hanno rifiutato categoricamente il progetto e di farsi carico dei costi. Sala probabilmente lo ha presentato più che altro per fare il compitino e salvarsi la faccia, perché non poteva non farlo, ma non ci ha mai creduto. Il suo obiettivo è sempre stato un altro: la vendita e la privatizzazione dello stadio. C’è stata una vera e propria dismissione dell’interesse pubblico a fronte degli interessi privati. Il comune non ha saputo né voluto imporre la ristrutturazione, che si è rivelata solo uno specchietto per le allodole e un cavallo di Troia per riportare al centro del dibattito la questione del nuovo stadio a San Siro.
2024-2025: elusione e aggiramento del muro della Soprintendenza
Nel frattempo nel marzo 2024 il TAR della Lombardia ha dichiarato inammissibilee respinto il ricorso del comune di Milano contro il parere della Soprintendenza. Dopo una serie di scambi e di comunicazioni tra il comune e le due società, a ottobre 2024 è ritornato di attualità sui media il progetto di vendita e privatizzazione del Meazza, con contestuale demolizione e costruzione di un nuovo stadio e con annesse volumetrie residenziali e per uffici, strutture ricettive, alberghiere e ludico-commerciali a favore delle due società. Come se niente fosse si è tornato a una copia carbone del progetto originario. Il comune di Milano ha chiesto una stima e valutazione economica all’Agenzia delle Entrate,ricevuta il 30 ottobre 2024, e le società si sono rimesse al lavoro per presentare una nuova proposta di acquisto in data 11 marzo 2025. Cominciava la corsa contro il tempo per approvare la delibera di consiglio comunale entro il 30 settembre e per concludere l’operazione entro il 10 novembre 2025, quando sarebbe scattato il vincolo della Soprintendenza sul secondo anello se lo stadio fosse rimasto di proprietà pubblica e comunale. Nel silenzio mediatico e politico generale questa volta. In poco più di un anno il contenuto politico della decisione della Soprintendenza era sparito ed evaporato, come se non fosse mai esistito e non avesse fermato il progetto originario in tempi recenti e non sospetti, nel luglio 2023. Ormai contava solo la tempistica per poter eludere gli effetti giuridici della decisione della Soprintendenza e della sentenza del TAR. L’inghippo giuridico a cui si sono aggrappate le due società e il comune è stato infatti che il vincolo aveva valore solo per un bene di proprietà pubblica e non privata. Il comune di Milano ha recepito subito la nuova proposta di acquisto con la delibera di giunta comunale n. 324 del 18 marzo 2025, avente ad oggetto le linee di indirizzo per lo sviluppo delle attività conseguenti alla proposta per l’acquisto presentata dalle due società. Il 15 aprile è stata indetta una Conferenza di Servizi Preliminarecon vari altri enti pubblici e società municipalizzate o partecipate e il 27 maggio la DS Pianificazione e Programmazione Servizi ha emanato una determinazione dirigenziale motivata di conclusione della Conferenza di Servizi Preliminare, a firma di Simona Collarini in quanto responsabile del procedimento tecnico-urbanistico, ritenendo “assentibile” ovvero approvando a livello tecnico-istruttorio la proposta di acquisto di Inter e Milan. La relazione del 18 giugno 2025commissionata dal comune di Milano al Politecnico e all’Università Bocconi sulla metodologia di stima e valutazione dell’Agenzia delle Entrate l’ha ritenuta corretta e appropriata. Se non fosse stato per lo scossone dato dalle richieste di arresto a luglio 2025 per l’ex assessore Tancredi, per il presidente della commissione paesaggio Marinoni e per il CEO di Coima Catella, il consiglio comunale avrebbe probabilmente votato la delibera e approvato la vendita e la privatizzazione del Meazza già in estate.
Definito come compendio immobiliare “Ambito Grande Funzione Urbana (GFU) San Siro”, il futuro nuovo stadio con annesse volumetrie commerciali e residenziali avrà un notevole impatto urbanistico, economico e sociale e costituirà un asse di pressione nei confronti del vicino Quadrilatero di San Siro, quartiere ad alta densità di case popolari. Oltre a generare importanti emissioni inquinanti di CO2 e un danno ambientale in una città già parecchio inquinata e devastata sul piano ecologico. E in generale si qualifica espressamente nelle intenzioni del comune di Milano e delle due società calcistiche come un progetto di riqualificazione urbana e di gentrificazione di tutto il quartiere adiacente allo stadio.
Che fare?
La svendita e privatizzazione di San Siro costituisce un procedimento esemplificativo della (non) urbanistica neoliberale milanese e della privatizzazione non solo della pianificazione, ma anche della produzione dello spazio urbano. Questa è una stata una costante delle giunte di (molto)centro e (non pervenuta)sinistra Pisapia prima e Sala poi, in piena continuità con l’operato con le amministrazioni Albertini e Moratti. La prosecuzione dell’operazione San Siro, in barba alle recenti inchieste sull’urbanistica dell’estate 2025, conferma una concezione personalista e manageriale del governo della città, da parte in particolare di Giuseppe Sala, di cui rappresenta anche l’eredità più pesante lasciata a chiunque gli succeda alle prossime elezioni comunali del 2027.
La delibera consigliare del 29 settembre e il rogito del 5 novembre ci ricordano che spesso, quando il gioco si fa duro, nello scontro politico tra potere esecutivo e potere giudiziario, il meglio che gli abitanti dei territori possono aspettarsi è la difesa di uno status quo comunque escludente nei confronti dei ceti popolari e della popolazione considerato in eccesso – per il mercato immobiliare, non per quello del lavoro precarizzato che richiede sempre “manodopera” aggiuntiva e temporanea. Perché non si tratta di una questione “legale”, ma politica, appunto.
L’unica possibilità, per provare a opporsi per cambiare paradigma e governo reale, implica un tentativo di ripresa del conflitto sociale dal basso. Se l’espressione sociale al tempo stesso del “No” al referendum del 22-23 marzo ha espresso un rifiuto politico, non è solo nei confronti della riforma della giustizia del governo Meloni, ma anche e soprattutto per riprendere in un altro modo ancora la parola sui destini collettivi, come fatto nelle piazze per la Palestina dello scorso autunno – verso cui la magistratura si è dimostrata tutt’altro che un soggetto “alleato”. Come diceva Henri Lefevbre, primo teorico del “diritto alla città”:
“Cambiare vita”, “cambiare la società”: sono frasi che non significano nulla se non si prende in considerazione la produzione di uno spazio adeguato ai bisogni dell’umanità tutta.
Per fare ciò, ricordiamoci che la posta in gioco è sempre conflittuale e prioritariamente sociale, economica e politica, in una parola materiale, oltre che simbolica, mediatica e culturale. Sabato 7 febbraio più di diecimila persone sono scese in strada a Milano, attraversando i quartieri del sud-est da Porta Romana a piazzale Corvetto, esprimendo una necessità radicale di riprendere il controllo diretto sugli spazi abitati – urbani e montani -, senza padrini politici o grandi sponsor istituzionali. Poco più di dieci anni prima, oltre 50mila persone avevano fatto lo stesso il Primo Maggio No Expo 2015. C’è un sentire comune e un bisogno che resta negli anni e contro il quale si sono rivolti i governi locali e nazionali. Ai movimenti la cura di non disperdere e continuare a farlo vivere e crescere. In ogni caso noi non ci fermiamo.

