Urbanistica a Milano: la guerra dei ricorsi e il conflitto sociale

A otto mesi dalla più importante esplosione giudiziaria, il caos urbanistico a Milano è uscito dai riflettori mediatici per approdare nelle più silenti e discrete aule dei tribunali amministrativi. La proposta di decreto Salva-Milano continua a veleggiare minacciosa nelle acque parlamentari e l’ex assessore Tancredi è tornato a lavorare presso il Comune, come dirigente in Direzione Cultura. Dopo aver ricevuto la revoca sia dei domiciliari sia dell’interdittiva, Manfredi Catella, infine, ha ripreso a pontificare su quel che occorre alla “sua” città. Che ne è stato quindi dell’indagine che nel cuore dell’estate 2025 aveva fatto tremare la classe dirigente politica e finanziaria della città, mettendo in discussione il modello Milano? E in che modo si inserisce e può fare la differenza le vertenze dal basso, promosse da abitanti, movimenti e comitati, per il diritto alla città?


La “giustizia” è un mondo a sé e meriterebbe un approfondimento ad hoc che anche i cosiddetti esperti si badano bene dal fornire. Però, in termini politico-amministrativi, si può comunque affermare che le vicende scaturite dal cosiddetto “terremoto urbanistico” a Milano (ce lo ricordiamo?) non sono finite né potrà scomparire tanto facilmente in una bolla di sapone. L’esito finale difficilmente non avrà effetto sul ciclo finanza-mattone meneghino. Dopo lo scoppio del conflitto, più semplicemente, il piano si è spostato, complice anche la cortina di silenzio mediatica e il “patto della sordina” voluto da entrambi gli schieramenti: è iniziata una guerra di posizione agita tramite i potenti strumenti economici e giuridici in mano ai costruttori. Utilizzando le infinite possibilità di tutela degli interessi privati garantite dal nostro ordinamento giudiziario, gli operatori finanziari hanno inchiodato l’amministrazione comunale attraverso il ricorso sistematico al TAR. “L’adozione di interpretazioni più restrittive delle norme urbanistiche comporta anche provvedimenti di diniego e un incremento del contenzioso – riferisce Mandarano, direttore della Direzione Avvocatura, ad Ansa – e ad oggi registriamo circa una settantina di ricorsi davanti al Tar che contestano la legittimità di queste nuove prassi interpretative”.

Con una serie di delibere l’Amministrazione Comunale ha infatti recepito le interpretazioni emerse nei procedimenti penali e riorganizzato la divisione del lavoro tra urbanistica in senso stretto ed edilizia all’interno della Direzione Rigenerazione Urbana. L’obiettivo è evitare nuove inchieste. Bisogna specificare che la partita riguarda in questo caso soprattutto l’edilizia e i piccoli e medi costruttori, non i grandi piani attuativi presentati da fondi d’investimento immobiliare nazionali e internazionali, oggetto della pianificazione attuativa urbanistica – come dimostra l’operazione speculativa portata avanti a San Siro con la svendita e privatizzazione dello stadio Meazza, in barba alle varie inchieste urbanistiche ancora in atto. La privatizzazione della pianificazione urbanistica, al centro del modello Milano, non è rimessa in discussione. Anzi. 

Però ci sono alcuni cambiamenti non trascurabili in ambito edilizio, che ruotano attorno a due questioni principali: da un lato, un’interpretazione più restrittiva in materia di demolizione e successiva ricostruzione di immobili; se il nuovo edificio non presenta identità di sagoma e volume con il precedente, e quindi non rispetta i criteri di continuità strutturale e visiva e rompe la morfologia urbana preesistente, non è più possibile farlo ricadere nella casistica della ristrutturazione: si tratta a tutti gli effetti di una nuova costruzione e come tale deve essere trattata in termini di norme edilizie. Non è una questione irrilevante. Le inchieste della Procura coinvolgono circa 140-150 procedimenti edilizi: demolizioni di edifici di uno-due piani, e successive ricostruzioni di torri e grattacieli tramite presentazione di semplice SCIA, fatte passare per ristrutturazioni contro ogni logica di buon senso. 

Dall’altro lato, e qui si tocca il secondo punto importante, c’è una variazione nel titolo edilizio richiesto: la nuova costruzione richiede l’ottenimento preventivo del Permesso di Costruire (PdC), rilasciato dagli uffici comunali in seguito a procedimento istruttorio, e non la presentazione della Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA), ovvero un’autocertificazione, da parte del costruttore privato. Inoltre, nel caso in cui la nuova costruzione superi i limiti di altezza di 25 metri e la densità insediativa di 3 mc/mq, è necessario presentare un piano attuativo, seppur di piccole dimensioni, che è strumento urbanistico, non edilizio. E implica maggiori opere di urbanizzazione secondarie, ovvero più opere e servizi pubblici. 

La variazione nel titolo ha anche dei riflessi in termini di oneri di urbanizzazione a beneficio del pubblico, già irrisori: per fare un esempio, 132€/mq in centro e 68€/mq in periferia, contro 1054€/mq a Parigi e in regione parigina. Che si alzano significativamente nel caso di variazione del titolo edilizio da “ristrutturazione” a “nuova costruzione”. Si ipotizza l’elusione del pagamento da parte dei privati e il mancato introito stimato da parte del Comune di Milano di una cifra che oscilla tra 500 milioni e 2 miliardi dal 2008 al 2023, tra mancato aggiornamento degli oneri e titoli edilizi non corretti. Con gli oneri si finanziano le opere di urbanizzazione primaria: fognature; reti di acqua, gas e elettricità e di telecomunicazione; illuminazione pubblica, strade, parcheggi e aree di sosta. E le opere di urbanizzazione secondaria, i servizi: asili nido, scuole dell’infanzia, scuole primarie, scuole secondarie; attrezzature di interesse comune culturali, sociali, religiose, assistenziali, sanitarie, amministrative; aree a verde e aree attrezzate per spazi pubblici a parco, per il gioco, per lo sport, piazze e mercati. 

Dal punto di vista penale, sempre secondo Mandarano, i titoli rilasciati dal 2024 in avanti sono conformi alle interpretazioni della Procura. Pertanto sono inoppugnabili, per quanto nati da procedure più lunghe rispetto alle precedenti abitudini e, soprattutto, meno permissive. Da qui nasce l’irrequietezza dei costruttori. Resta comunque aperta la questione degli edifici già costruiti sulla base delle precedenti interpretazioni urbanistiche. Si tratta di immobili realizzati con titoli edilizi messi in discussione dalle indagini penali, che potrebbero disporre confische e demolizioni. 

In caso di confische, a quel punto a prevalere dovrebbe essere, dal nostro modesto punto di vista, l’interesse e l’utilizzo pubblico del bene, che finalmente potrebbe riguadagnare terreno. Lo scontro interno tra procure e costruttori, quindi  può contribuire a intoppare il ciclo di “valorizzazione” della Città pubblica nelle mani dei privati. Per romperlo definitivamente, restano fondamentali le lotte dal basso, di abitanti, movimenti e comitati di quartiere, come quella rilanciata in questi anni dal C.I.O. – Comitato Insostenibili Olimpiadi relativamente alle opere olimpiche che hanno comportato privatizzazione di aree e mq pubblici: è la sola dimensione che restituisce il senso del conflitto sociale a quello che rischia di limitarsi a rimanere una partita tutta giocata ai “piani alti”, dando a chi abita la città la possibilità concreta per aprire davvero uno spazio di immaginazione e costruzione di un modo completamente diverso di abitare e trasformare lo spazio urbano e le relazioni sociali che lo costituiscono.