Lo sgombero dell’occupazione di via Esterle (gli ex bagni pubblici liberati dall’abbandono 6 anni fa da parte prevalentemente di lavoratori/lavoratrici migranti) rappresenta un’ulteriore dimostrazione di cosa significhi il diritto alla casa nella città di Milano.

“Capitale economica” del Paese, certo, cresciuta con il mito del “rinascimento” post-industriale riuscito (dove altre città hanno fallito, vedi Torino, specchio negativo per i governanti meneghini) grazie alla transizione verso terziario, servizi, immobiliare di lusso e architettura d’avanguardia Una grande operazione di marketing, facilitata anche da una finanziarizzazione del mattone senza eguali in Italia (agevolata anche dalla condizione di “paradiso fiscale” de facto per i grandi costruttori e investitori del real estate, considerando il record milanese degli oneri di urbanizzazione più bassi d’Italia), che ha più che altro cercato di “nascondere sotto il tappeto il segreto di laboratorio della produzione” – avrebbe detto qualcuno.
Già perchè produzione, lavoro manuale, sottoccupazione stagionale, precariato di massa dequalificato, lavoro di cura, logistica e persino manodopera industriale continuano a essere le colonne portanti di quel modello Milano che ignora di tenere nel suo ventre 200mila circa lavoratori/lavoratrici migranti che rappresentano la base più povera di quel working poor che proprio in via Esterle è stato attaccato ed espulso dalla città (salvo continuare a essere richiesta la propria manovalanza).
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