Milano Inside Out: il diritto alla casa come battaglia per il reddito giusto e garantito

In vista della MayDay Parade 2026, la tradizionale manifestazione del precariato metropolitano milanese, condividiamo un riassunto del 3° report dell’Osservatorio Casa Abitabilità che conferma come cresca sempre più a Milano il divario tra reddito e accesso alla casa. In una società di mercato e neoliberismo urbano, infatti, salario e abitare sono due voci sempre più slegate, ma così non dovrebbe essere: scarsità artificiale di alloggi per l’affitto a lungo termine, abbandono del patrimonio abitativo pubblico, privatizzazione della Città pubblica e del diritto alla casa – che diviene bene finanziario su cui speculare e merce di lusso. Una condizione di crisi indotta per chi sostiene con il proprio lavoro l’economia meneghina, mentre chi restringe sempre più gli alloggi a disposizione della maggioranza della popolazione viene premiato con introiti, reddittività, interessi e possibilità di affari sempre più alte. Ma la lotta per il reddito garantito e il giusto salario va di pari passo e significa sempre più anche ingaggiare una battaglia politica e culturale per il diritto all’abitare degno.

Il 3° rapporto dell’Osservatorio Casa Abitabilità, pubblicato nei giorni scorsi su dati consolidati del 2024, raffigura un quadro allarmante e una condizione dell’abitare a Milano, ma ormai anche nell’hinterland, dove la precarietà è il tratto dominante. Volendo riassumere: aumentano gli alloggi sul mercato destinati ad affitti brevi o temporanei, calano quelli per affitti a lungo termine; al contempo aumenta la forbice tra redditi e costo delle case, testimoniato dal fatto che solo il 47% delle case sono comprate a Milano tramite mutui, mentre cresce la percentuale di case che finiscono nei portafogli come asset patrimoniali, acquistate direttamente senza ricorrere a finanziamenti. 

Nel 2024 i prezzi d’acquisto sono cresciuti del 8,5% e quelli degli affitti del 6,8% con un costo medio del canone salito a 201 €/mq, a fronte di un aumento del reddito medio da lavoro del 4,2%. Quest’ultimo dato che scende +3,7 per il reddito medio degli operai del settore privato e a un + 2,7 per il reddito medio degli impiegati del settore privato: queste due categorie insieme totalizzano l’85% dei dipendenti privati a Milano. Questi numeri confermano che crescono le rendite e i valori immobiliari e cala il potere d’acquisto di lavoratori e ceto medio, rendendo la casa sempre più inaccessibile.

Crescono i prezzi e cala l’offerta. Nel 2024 gli alloggi disponibili per affitti a lungo termine sono diminuiti del 7%; aumenta il numero dei contratti a canone concordato, ma a prezzi sempre più vicini a quelli di mercato. L’offerta di alloggi per affitti a lungo termine è diminuita del 15% in 5 anni scendendo dal 66% al 51% del mercato. Parallelamente cresce il numero di alloggi per affitti turistici con una disponibilità che supera i 100.000 posti letto e che assorbe ormai il 42% delle presenze turistiche.

Se il 30% del reddito viene considerata la quota limite sostenibile per il costo casa, oggi a Milano con lo stipendio medio di un operaio (1542 € mese) si possono comprare 16 mq e affittare “ben” 25 mq, 3 mq in meno del 2023. Nell’hinterland la situazione non è certo migliore, con le spese per la casa sommate, necessariamente, a quelle di trasporto che arrivano al 50/60% del reddito; a Rho, Sesto San Giovanni e Rozzano i prezzi sono ormai in linea con quelli di Milano.

E’ paradossale sentire dal Presidente del Consorzio Cooperative Lavoratori, tra i promotori della ricerca, che il costo casa non dovrebbe superare un canone di 110 €/mq e che sarebbero necessarie politiche abitative pubbliche per affrontare l’emergenza: proprio le cooperative hanno da anni perso il loro ruolo storico di “terza via” popolare tra l’edilizia statale e il mercato privato, quando rappresentavano un libero associarsi delle classi subalterne per garantire una casa comune a lavoratori e lavoratrici in quei contesti dove l’intervento pubblico era inesistente; certo, sono passati decenni, ma rinunciando alla proprietà indivisa in favore di quella privata, si sono tramutate in uno degli attori della finanziarizzazione della casa e privatizzazione dello spazio pubblico.

E’ vero che mancano e servirebbero politiche abitative pubbliche, ma è su cosa queste significano che si deve ingaggiare una battaglia culturale che possa dare un senso al conflitto sociale: c’è chi immagina di continuare a costruire nuove case all’infinito come fossimo nel Dopoguerra, quando non è l’assenza di abitazioni il problema ma la loro scarsità artificiale, imposta dal mercato e dai proprietari, piccolo-medi e grandi; vi è quindi un blocco di interessi che andrebbe disarticolato, slegando in particolare le sue fasce più basse (i monoproprietari) dai fondi immobiliari, dalle SGR e dal livello intermedio dei medi multiproprietari che fanno la loro fortuna nelle weeks meneghine. Sarebbe necessario riaprire la questione su cosa sia il “diritto alla casa”, separando l’abitare degno come diritto universale dalla proprietà e la rendita, che invece non lo sono e devono essere sottoposte al “rischio di impresa” che tanto piace al liberalcapitalismo.

Da qui allora potremmo derivare alcuni provvedimenti di partenza: misure per colpire i grandi e medi proprietari che tengono le case vuote; politiche fiscali e patrimoniali per redistribuire la ricchezza; abolizione delle agevolazioni per chi sposta residenza e capitali in Italia dall’estero; garantire un reddito universale di base e aumentare significativamente il livello salariale. Da qui, ingaggiare un forte, ampio, radicale, lungo nuovo ciclo di conflitto sociale, in grado di invertire una rotta, da troppi decenni intrapresa, di lotta di classe al contrario e che proprio sul piano dell’abitare mostra il suo volto più feroce.