Il “caso Rogoredo” conferma che esiste un problema polizia in questo Paese

Fiaccolata ‘Verità per Ramy e Fares’ nel quartiere Corvetto a Milano, 30 novembre 2024. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

A ogni episodio violento che coinvolge esponenti delle forze dell’ordine, quando la posizione di difesa a oltranza diventa indifendibile, da un lato cala il silenzio degli oltranzisti di destra e dei giustizialisti democratici, dall’altro si applica il giochetto mediatico del trasformarlo in un fatto di cronaca nera, depoliticizzandolo ed eliminando ogni possibile elemento di critica strutturale. Non solo: viene spostata l’attenzione dalla polizia al contesto, come ha fatto il quotidiano della borghesia milanese nei giorni successivi, parlando di “asse dello spaccio tra Rogoredo e Corvetto” (manco fosse l’asse della resistenza tra Libano e Iran), vittimizzando gli agenti – “pagati poco, sotto organico, che svolgono un lavoro pericoloso per il bene comune” – e criminalizzando la povertà. Ma l’omicidio di Abderrahim Mansouri e il racket paramafioso del commissariato “Mecenate”, gestito dall’assistente capo della Polizia Carmelo Cinturrino, raccontano di una marcescenza confermata da molti altri episodi simili verificatisi in altre città, oggi garantita dalle corporazioni dei sindacati di PS e da una concezione tecnocratica della pubblica sicurezza trasversale alle forze politiche istituzionali, che viene da lontano. E’ invece tornato il momento di porre nuovamente quella della polizia come una questione politica nazionale.


Nel 1969, prima della strage di piazza Fontana, uno dei temi principali del dibattito pubblico e parlamentare riguarda il disarmo della Pubblica sicurezza e la limitazione degli interventi di corpi armati dello Stato, come i carabinieri, in contesti di ordine pubblico. L’Italia era, infatti, il Paese dell’Europa occidentale ad aver registrato, nei primi vent’anni dopo la fine della guerra, il maggior numero di caduti in vertenze lavorative e politiche per mano delle forze dell’ordine. Una delle cifre dell’alba della “stagione dei movimenti”, capace di saldare le formazioni della sinistra rivoluzionaria ed extraparlamentare alle più antiche aspirazioni della società civile democratica antifascista, era proprio la smilitarizzazione dell’ordine pubblico e il disarmo dell’allora Corpo Guardie di Pubblica Sicurezza, con una riduzione del numero di agenti e del loro potere.

Poco più di dieci anni dopo, nel 1981, la riforma sulla smilitarizzazione del corpo e il riconoscimento dei diritti sindacali degli agenti di polizia, venne applaudita come un avanzamento democratico dello Stato. Non si parlava però più di disarmo, né di riduzione delle polizie e semplificazione dei corpi preposti alla sicurezza, figurarsi di abolizione: al contrario, la polizia si trovava legittimata nella sua funzione di ammortizzatore sociale, democratizzato nella gerarchia di obbedienza e nei meccanismi di ordinamento interno, assieme al carcere che invece divenne luogo di “tamponamento” delle questioni sociali irrisolte, avviando quella crisi di sovraffollamento che continua tutt’oggi.  

La differenza, rispetto al 1969, era profonda: dopo Piazza Fontana, il dibattito critico sul ruolo delle polizie e il disarmo si chiuse violentemente, imponendo una stretta continuità con la gestione storica dell’ordine pubblico in Italia; anzi, il dibattito si spostò sulla necessità di porre limiti alle libertà sindacali e politiche, ipotizzando la messa fuori legge dei gruppi della sinistra extraparlamentare, sulla scorta di quanto già avvenuto in Germania Federale e in Francia. Il Partito comunista, con il supporto dei socialisti, tentò di giocare la sua carta di contenimento delle minacce golpiste, portando avanti la campagna per la smilitarizzazione e sindacalizzazione della Polizia di Stato, sostenendo timidamente i primi, crescenti movimenti clandestini interni al corpo; questi trovarono, paradossalmente, la loro possibilità con la stagione dell’Emergenza antiterrorismo e l’avvio della cosiddetta “collaborazione democratica con lo Stato” da parte dei comunisti, in chiave anti-estremista e di contrasto alla lotta armata. La Solidarietà nazionale vide la disponibilità da parte di Democrazia cristiana e altre forze politiche minori a discutere di una possibile riforma, per garantire stabilità e unità nazionale di fronte all’insorgenza armata e sociale e alla crisi nazionale della seconda metà del decennio. 

A sinistra, ci si illudeva che sindacalizzazione avrebbe significato democratizzazione, mentre in questi 45 anni che ci separano dalla riforma dell’81 possiamo tranquillamente affermare che le sigle più rappresentative si sono trasformate presto in potenti apparati di co-gestione dell’istituzione, secondo logiche strettamente corporative, senza comportare un rinnovamento democratico del corpo. Non solo: se l’opposizione di destra alla smilitarizzazione della PS negli anni ’70 usava come slogan “la difesa del poliziotto è la pistola e non il sindacato”, oggi è patrimonio comune e trasversale che gli agenti si debbano difendere con entrambi. La legge 121 del 1981, dedicava molta attenzione alla formazione del personale (originariamente prevista in 12 mesi più un semestre di pratica in reparti e uffici), come premessa di una cultura professionale poliziesca più lealista nei confronti dell’ordinamento e del testo costituzionale. Ma la logica corporativa fece presto prevalere l’attenzione a salvaguardare gli organici a scapito della selezione e della formazione. La stessa idea di smilitarizzazione venne progressivamente messa in discussione con la crescente assunzione preferenziale di ex militari, soprattutto dopo la fine della leva obbligatoria.

Inoltre, l’affermazione di una concezione tecnocratica del potere e quindi anche della Polizia, come corollario dell’egemonia neoliberista, ha permesso un rovesciamento di ruolo tra istituzioni politiche e dirigenti di Polizia – e carabinieri: se nel primo quarantennio repubblicano la Pubblica sicurezza era strettamente subordinata al governo centrale, e in particolare alla DC che controllò sempre saldamente il Viminale, negli ultimi trent’anni è cresciuta invece l’influenza e l’autonomia decisionale di quadri e corpi sul potere politico; ciò ha fatto sì che fossero direttamente gli apparati polizieschi, spesso per tramite dei sindacati di categoria, a definire strumenti e metodi di controllo del territorio, di cui poi i governi puntualmente dotato su richiesta la Polizia. Esemplificativi di questo processo sono stati l’occupazione del ministero degli Interni da parte di poliziotti di carriera come Marco Minniti (proveniente dal SILP-CGIL), Luciana Lamorgese e, oggi, Matteo Piantedosi. 

Questa maggiore libertà ottenuta dall’alto è arrivata anche ai comandi territoriali e di quartiere, che si trovano oggi con le mani completamente slegate. L’aumento di dispositivi securitari come il DASPO urbano e le zone rosse, riconfermano l’antica concezione “coloniale”, propria della polizia italiana, dei territori da controllare, intesi come aree ostili abitate da una popolazione preventivamente considerata nemica e deviata – d’altronde non è un caso che, mentre gli oltre 20 mila partigiani inquadrati nella polizia ausiliaria nel ’46-’48 furono estromessi dalla Pubblica sicurezza, ciò non avvenne per gli ex agenti della Polizia Africa Italiana, che al contrario vennero integrati al suo interno. 

Nelle vicende di violenza poliziesca dell’ultimo anno nel sud-est di Milano, tra l’omicidio di Ramy a Corvetto da parte dei carabinieri che lo inseguivano e l’assassinio di Mansouri a Rogoredo per coprire i propri traffici illeciti da parte di Cinturrino, ritroviamo tutta questa storia. Comandi di polizia che si percepiscono “di frontiera”, fomentati da un governo post-fascista che ne fa baluardo contro i fantasmi che affollano le paranoie del proprio elettorato; una “opposizione” parlamentare, che governa alcune importanti città teatro di questi casi di “malapolizia”, che balbetta di “mele marce” ma poi ripropone unicamente gli slogan delle corporazioni poliziesche che chiedono più fondi, assunzioni e tutele – come se non fossimo il Paese che spende di più alla voce “sicurezza”, al primo posto tra i Paesi UE per numero di agenti (senza conteggiare la Polizia Locale: quasi 250.000, il 30% in più degli altri Stati con popolazioni pari o superiore a quella italiana) con circa 397 agenti ogni 100.000 abitanti.

L’autonomia operativa, pur all’interno di una catena di comando che fa capo alle prefetture, concede ampia libertà di movimento in quei quartieri popolari ad alta concentrazione di popolazione di origine migrante e con un tessuto storico di edilizia residenziale pubblica, che la cultura investigativa e di controllo improntata alla prevenzione giudica come pericolosi e a rischio. E’ ciò che chiede non solo la destra, ma anche quei settori moderati e borghesi della città di Milano, che non a caso attraverso Se il confine tra attività legali e illegali è spesso inevitabile nelle zone ad alta disoccupazione e precarietà, chi garantisce che i controllori non ne approfittino per imporre una gestione personale dei traffici, che al più comporta qualche violazione di diritto o addirittura la morte contro chi, perché non-bianc* e pover*, è considerato dalle statistiche di Stato una “esternalità negativa” di un “lavoro ad alto rischio”? Nessuno, certamente non le sigle sindacali di polizia, che sono anzi parte del problema. La speranza rimane collegata unicamente alle reti informali e formali di solidarietà tra abitanti, specie nei quartieri minacciati da processi di “rigenerazione” che hanno come corollario anche un aumento di profilazione razziale e sociale, controllo capillare, intimidazioni e violenze. Contro chi è indesiderabile per prefettura, commissariati locali, istituzioni e fondi immobiliari, per i quali i quartieri devono essere svuotati.