Cronache n.05 | Volontari energia per Milano

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Diario di bordo. Decumano.
L’anticiclone è atterrato a Milano.
Sudo, mi rigiro e continuo a sudare. Non sto lavorando, sto dormendo.
Sento una zanzara ronzarmi attorno. Tanti piccoli fastidi che mi tengono compagnia nell’estate di Expo2015, quella del rilancio della città, quella del lavoro gratuito.
“Volontari energie per Milano”, recita l’ennesima fastidiosa chiamata al lavoro gratuito proExpo del Comune di Milano, che nel programma di Expoincittà si ripromette di organizzare l’accoglienza dei turisti e trascinarli in città. Vi faremo compagnia, vi porteremo le borse, vi leccheremo il culo e, se ne avremo voglia, vi faremo pure un pompino.
Può sembrare strano ma solo qualche ora fa il termine “accoglienza” veniva dedicato ai rifugiati, a gente che ha varcato il mediterraneo con mezzi di fortuna, è sopravvissuta all’inferno sulla terra ed ora richiede semplicemente quell’asilo che viene sancito dai trattati internazionali. Oggi lo stesso termine viene dedicato ai turisti, bancomat in movimento utili a legittimare l’operazione Expo ed a portar grano nel fienile dei commercianti, sempre più svuotato dal megaevento che alle porte di Milano drena clienti e scontrini. Turisti, questi sconosciuti.
Sono i casi della vita.
Non è un caso però che il limitato numero di posti di lavoro pagato offerti da Expo, la limitata attenzione rispetto ai diritti sindacali di Expo spa e soci ed il limitato utilizzo dei parametri salariali presenti nella contrattazione nazionale abbiano provocato una reazione che ha come momento di passaggio il presidio del primo luglio davanti alla sede di expo, in Via Rovello 2.
L’attivismo sindacale e la Milano precaria si contrapporranno così al clima estivo che si respira in città dovuto al calendario ed al meteo. In ballo c’è la difesa dal Grande Fratello e dal Grande Vampiro che continua a smungere lavoro in cambio di una maglietta, la gloria del territorio e tanti sorrisi.
In libreria trovo un vecchio libro universitario datato anni 30 in cui si parla delle leggi fasciste sul lavoro. Altri tempi, altro spirito, altri treni. Suggestioni a volte comuni: prima il dovere, poi il diritto. Limitazione salariale per accrescere la ricchezza nazionale. Energie a servizio della propria patria (della propria città). Creare rete per competere a livello internazionale, abbattendo e superando il conflitto fra capitale e lavoro mettendo sullo stesso piano i due poli: il piano del capitale, rispetto a cui il resto vien posto in subordine. Grazie all’umiliazione del lavoro e dei lavoratori tutto è possibile.
Altri tempi, altre facce, altra catastrofe, ma lo sfruttamento del lavoro oggi come allora ha una base in primo luogo culturale. Nel momento in cui accettiamo peggiori condizioni in favore dell’aumento di qualche PIL (che regolarmente fra l’altro non accade) è un attimo ritrovarsi nel pieno dell’abisso.

Cronache n. 04 | No future

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Sul sito di Rho Pero ad un presente incerto si sostituirà, da 1 novembre, un futuro incerto.

Dopo aver preso atto di aste più deserte dei parcheggi di Expo, un’equipe di specialisti pare stia lavorando per conto di due importanti università pubbliche milanesi su una soluzione per le aree su cui ora giace l’esposizione.
Molti sono stati i progetti presentati: lo stadio è stato il più brillante. Caldeggiato da Maroni, non se n’è ovviamente fatto nulla per via dei costi delle aree, a livello finanziario il peccato originale del progetto, che rendono l’area un oggetto repellente per gli investitori.
Ancora la Regione aveva addirittura proposto d’inserirla in un’eventuale candidatura ad un’improbabile Olimpiade, rendendo così il nordovest milanese un territorio di passaggio da un grand’evento ad un altro.

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Cronache n. 03 | Smart City and Small Data

Almeno 5 torri di controllo vigilano sul sito espositivo.
La smart city è un grande accumulatore di numeri, cifre, umori e passioni, tutte dotate di barcode.
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Sono le 10 del mattino, mi reco davanti ai cancelli. Anzi, ai “gheit”. Le file sono importanti. Le procedure d’ingresso sono più accurate che in un aeroporto. In effetti la velocità della fila è inferiore a quella di Malpensa.
Passa un’ora e mezza. I cancelli sono vuoti, deserti. Quel che è stato è stato, anche in questa giornata chi doveva entrare è entrato. Ed ha pagato con CartaSi. Ora per i cancelli cala un disinteresse giornalistico che solo l’apertura serale potrà riattivare.
Quante persone vengono in questo luogo ogni giorno? La risposta pare impossibile.
“Non cadiamo nel tranello del flop”, disse più o meno il commissario unico, affermando la necessità di nascondere i dati sensibili delle entrate per migliorare la pubblicità del prodotto. Altri modi per ragionare sugli afflussi ci sono, la richiesta d’occultamento dati però s’espande pure sul dato della frequentazione dei mezzi pubblici e dello smaltimento rifiuti.
Prima che la danza dei numeri su Expo divenga il tormentone dell’estate, l’spa che regna sull’esposizione universale dirama con grande entusiasmo i numeri del primo mese: un successo!
Non riesco a capire quindi tutto questo entusiasmo: in pratica è matematica certezza il non raggiungimento degli obiettivi minimi iniziali, si festeggia però l’averci provato. L’aver ottenuto comunque i 15 minuti di gloria che ognuno nella democrazia del consumo dovrebbe avere. L’aver fatto qualcosa di grande, di importante per l’onore della propria città, del proprio paese. Chi rema contro è un bastian contrario di natura, è un gufo, è triste. Chi rema contro preferisce non giocare la partita.
Chi cerca chiarezza sui numeri di Expo, però, non lo fa per gioco. Lo fa perché sul(le stime del) numero di visitatori si son mossi milioni di metri cubi di terra, si sono costruite enormi infrastrutture oggi semideserte (BreBeMi e soci), è stata cambiata non solo la faccia ma la natura di una città il cui futuro sembra consegnato esclusivamente allo spettacolo delle torri finanziarie, al consumo di suolo, ai parcheggi deserti al posto di attività produttive. I numeri di Expo sono stati il piede di porco attraverso cui una fetta importante di città è stata sventrata e poi ricostruita, in prospettiva di fare una bella figura per 6 mesi. Oggi questi numeri vengono ridotti a mero argomento di discussione da bar attraverso cui una parte del paese taccia di pessimismo (o di gufismo) chiunque voglia raccontare un’altra storia.
La questione dei numeri, però, cela il valore degli investimenti e le ricadute sul territorio. Numeri che offrono una lettura qualitativa dell’impianto Expo, numeri che impattano in maniera drammatica sul dopo Expo, per il quale non esiste nemmeno il piglio delle stime ottimistiche ed il sistema spettacolare del mega-evanto a sostegno.
Vedo un signore con in mano una bandiera bizzarra: l’uomo vitruviano dotato di maschera antigas. “La critica ad Expo2015 non è estetica, anche se l’esposizione mostra di sé lati veramente brutti. Il nostro ragionamento verte sulla progettualità indotta dalla logica del mega-evento, sulle ricadute che questo modello ha sul territorio. Sull’utilizzo delle stime di parziali previsioni economiche per stimolare trasformazioni territoriali ad una dimensione”.
Per arrivare a comprendere l’impatto del mega-evento sul territorio non è necessario fare i turisti per caso. Ciò che è necessario è restituire il dibattito alla sua originaria realtà: perché invadere il nostro futuro per mezzo di un evento difficilmente fortunato?
A quel punto potremmo tornare a parlare di numeri.